Lavoratori temporanei al contrattacco

migrante

Proviamo a fare un esperimento. Chiudete gli occhi e immaginatevi che da oggi tutti i visti temporanei all’improvviso scadano e non possano più essere rinnovati. Tutte le persone che vivono in Australia con un visto Working Holiday, student, ex-457, partner temporaneo, bridging, eccetera devono fare le valigie, tornare ‘da dove sono venuti’.

Il bar dove ogni mattina andate a prendere il caffè è chiuso: il barista e i camerieri se ne sono dovuti andare. La stazione di servizio dove fate benzina è fuori servizio, il ragazzo che era alla cassa è su un aereo diretto a New Delhi. Stasera niente pizza d’asporto sul divano, il pizzaiolo è tornato in Italia e anche il fattorino ha dovuto lasciare il Paese. Domani molte delle gru in città resteranno ferme, molte lezioni universitarie non si terranno, frutta e verdura rimarranno nei campi a marcire.

Sembra un incubo, vero? Eppure, nonostante l’importanza dei lavoratori con visti temporanei per la società australiana, quest’ultimi si ritrovano spesso sfruttati (come hanno rivelato diverse inchieste governative e ricerche accademiche) e senza voce in capitolo quando si tratta della difesa dei loro stessi diritti. Non avendo diritti politici, la tentazione di ignorare le loro rimostranze è forte, e spesso appoggiato dagli elettori australiani, che danno giustamente precedenza alle loro necessità. Giustamente? Sì, in fondo è comprensibile che sia così, ma, seguendo il ragionamento per assurdo che si proponeva poco fa, si capisce in realtà quanto ignorare una fetta importante del proprio tessuto sociale sia pericoloso in termini di coesione e giustizia in seno alla società stessa, con effetti che vanno ben oltre il mercato del lavoro.

Proprio al fine di dare una voce ai lavoratori migranti, la settimana scorsa è stato inaugurato a Melbourne il Migrant Workers Centre. Il nuovo centro, finanziato dal governo del Victoria con 2,3 milioni di dollari in risposta alla serie di scandali che hanno visto i lavoratori temporanei vittime di abusi e sfruttamenti, si pone l’obiettivo di aiutare questi lavoratori a mettersi in contatto tra di loro, a conoscere i loro diritti e a superare le barriere linguistiche, nonché di assisterli nella risoluzione dei problemi sul posto di lavoro facendo da tramite con organizzazioni fidate già presenti sul territorio. A lavorare nel centro sono rappresentanti delle stesse comunità migranti, che conoscono le lingue e le culture di coloro a cui danno voce. “Il nostro lavoro è quello di dare voce e informare i migranti del Victoria, in modo che possano organizzarsi per lottare per salari equi e altri diritti sul lavoro” dice il responsabile alla comunicazione Sam Jiayi Liu.

Secondo Maria Azzurra Tranfaglia, ricercatrice di diritto del lavoro alla University of Melbourne e parte del Migrant Workers Campaign Steering Group, si tratta di “un’importante iniziativa che riconosce le particolari esigenze dei lavoratori immigrati e la speciale condizione di vulnerabilità che caratterizza le loro esperienze nel mercato del lavoro australiano”. “L’auspicio – ha detto – è che l’azione di questo nuovo polo per la tutela dei lavoratori migranti sia informata dai risultati delle ricerche empiriche condotte negli ultimi anni (come il ‘Wage Theft Report’ di Laurie Berg e Bassina Farbenblum di cui Eureka si è già occupata in passato, ndr) e che cerchi di integrarsi quanto più possibile con le iniziative già esistenti a livello sociale e istituzionale. È importante che non si disperdano le energie e si riescano a sfruttare al meglio le sinergie in un’ottica di maggiore tutela per questo gruppo di lavoratori”.

Durante la serata di presentazione, lo scorso 28 agosto, in un’affollatissimo Victorian Trades Hall dove si erano riuniti i rappresentanti delle tante comunità che compongono il mosaico di Melbourne, ha preso la parola il ministro statale per gli Affari multiculturali Robin Scott, il quale ha parlato dell’importanza che la politica assista e protegga tutti, a prescindere dalla cittadinanza e dal visto posseduto. La legge lo prevede già ma, come ha riconosciuto il ministro, “nella nostra società ci sono delle sottoculture che esistono al di fuori della legge a cui appartengono soprattutto persone con visti temporanei”. “Tutti sanno che questa situazione esiste, sanno dello sfruttamento degli studenti internazionali che lavorano in hospitality, ma visto che queste persone non hanno diritto di voto, la politica non fa nulla” ha aggiunto Scott sottolineando la necessità anche per il partito laburista di uscire dalla sua “confort zone” sindacale perché “la maggior parte degli abusi avviene in industrie dove i sindacati non sono presenti”.

Le parole del ministro Scott sono molto potenti, se prese sul serio: “Il nostro ruolo – ha detto – è di dare a tutti opportunità migliori, assicurarci che tutti vengano trattati con dignità, informarli dei loro diritti e dare a tutti una voce. Le persone hanno il potere quando sono informate e supportate. Dobbiamo rifiutare la visione, che ci viene dalla White Australia Policy, che vede le persone provenienti dall’estero come una minaccia. Dobbiamo vederle invece come una risorsa, non nel senso di risorsa da sfruttare come padroni ma come pari”.

Insomma, il trattamento che si riserva ai lavoratori migranti apre la più ampia questione di che tipo di Paese vuole essere l’Australia. Un Paese dove tantissime persone sono considerate per anni ‘ospiti’ da spremere in silenzio prima di rimandarli a casa? O un Paese dove i migranti temporanei hanno la possibilità reale di un inserimento permanente nella società dove lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla vitalità del luogo in cui vivono?

Le ricerche, come quella già citata sul ‘furto’ dei salari, hanno dimostrato che, in molti casi, non è solo una questione di mancata conoscenza dell’inglese o dei propri diritti: chi è sfruttato spesso sa di esserlo ma lo vede come parte inevitabile della propria condizione precaria. Le restrizioni lavorative legate a certi visti espongono i migranti a lavori in nero e sottopagati. Sentendosi finalmente stabili, invece, sarebbero loro stessi a  non accettare più lo sfruttamento, avviando un circolo virtuoso che favorirebbe l’intero sistema.

Marrgherita Angelucci

(Il GLOBO – Eureka, giovedì 6 settembre 2018)