Quella per il clima è anche una lotta generazionale

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Secondo un rapporto del 2017 del Carbon Disclosure Project (i dati più recenti a disposizione), dal 1988 a oggi sono appena 100 le aziende responsabili del 71% delle emissioni globali di gas serra. Tra queste, 25 ne producono più della metà. Il totale è abbastanza grande da aver contribuito in modo significativo al cambiamento climatico. Vediamo le prime cinque. ExxonMobil (USA), la più grande compagnia petrolifera quotata in borsa al mondo. Percentuale delle emissioni globali di gas serra prodotti: 1,98%. National Iranian Oil Co., impresa statale iraniana, la seconda compagnia petrolifera più grande al mondo: 2,28%. Gazprom, società di gas naturale controllata dal Cremlino, la più importante società quotata in Russia: 3,91%. Saudi Arabian Oil Company (Aramco), statale, l’azienda più redditizia al mondo e il maggiore produttore di gas serra nel settore dei combustibili fossili: 4,50%. Governo della Repubblica Popolare Cinese, maggiore produttore e consumatore mondiale di carbone: 14,32%.
All’angolo opposto del ring, una ragazzina antipatica e figlia di papà, manipolata da qualche potere occulto, che si è montata la testa per un po’ di fama e rompe le scatole in giro per il mondo facendoci la morale per un problema che non esiste.
Avete alzato un sopracciglio? Beh, questa è grosso modo la descrizione di Greta Thunberg secondo chi vuole contrastare il suo messaggio, di solito per salvare gli affari. I loro sforzi vengono coadiuvati da utili idioti di complemento e instancabili leoni da tastiera che fiutano il sentire comune e imboccano ostinatamente la direzione contraria. È un gioco sporco che abbiamo già visto in passato e che spesso purtroppo funziona. Questa volta però potrebbe andare diversamente. L’intensità della reazione ci dice che, nonostante la battaglia sia titanica, forse può avere successo.
Greta ha sedici anni e ha iniziato la sua protesta contro il cambiamento climatico quasi esattamente un anno fa. Sembra poco ma l’adolescenza corre, le idee ai tempi dei social media si diffondono in progressione geometrica e un anno vale un secolo. Non si limita a fare l’influencer o tenere discorsi pubblici, ma dà l’esempio con le proprie scelte quotidiane. Ha spinto tutta la famiglia a ridurre il consumo di carne e l’uso della macchina, a spostarsi in treno piuttosto che in aereo, a minimizzare la produzione di rifiuti domestici. La parola commuove ma l’esempio trascina. Il fatto che una persona così giovane si impegni attivamente su di un tema di importanza universale colpisce l’immaginario, conquista e indispettisce. Il movimento che si riconosce in lei è cresciuto giorno dopo giorno in modo spontaneo, impetuoso, diffondendosi secondo le regole contemporanee della comunicazione virale e dei social media. Chi sostiene che sia manovrata da non meglio precisati burattinai, sarebbe ora che portasse qualche prova. Dietrologie e complottismi dimostrano solo la distanza ormai irreparabile tra il mondo di oggi e i suoi vecchi commentatori malfidenti.
Non è solo una questione ambientale, è anche generazionale. Greta porta la rabbia dei giovani sugli adulti, per questo è l’idolo dei teenager. Il messaggio che va ripetendo è un semplice e spietato atto d’accusa che fa presa specialmente su quella parte di società giovane che non ha voce nelle scelte ambientali ma è destinata a subirne le conseguenze. Il cambiamento climatico è un fatto ormai dimostrato, l’allarme degli scienziati è chiaro, ma i potenti restano inerti. Il mondo dei grandi ha fallito e ora tocca ai giovani prendersi quello che non viene loro concesso. Sono gli adolescenti del mondo che escono dall’infanzia e dalle loro camerette per ribellarsi e crescere, contro lo stereotipo dei giovani apatici e indolenti.
Greta funziona molto bene anche in termini mediatici. È la protagonista che non ti aspetti, la figura fuori posto ovunque vada, che buca lo schermo per il suo solo essere lì. In un mondo in cui il viso dei minori in Tv viene (giustamente) pixellato, lei è il broncio in HD che ora tutti conoscono. È la portavoce che mancava a un tema troppo serio e noioso per uscire dalle aule dei convegni e imporsi nel mainstream. Se il messaggio ecologico diventa una moda, anche grazie alla sua inattesa mascotte, può davvero incidere positivamente nei comportamenti quotidiani.
Per contrastare le idee si attacca la persona. Si cerca di insinuare che predichi bene ma razzoli male. On-line troverete decine di fotografie che la ritraggono accanto a una bottiglia di plastica o sacchetti usa e getta. Perfino il suo viaggio dall’Europa agli Stati Uniti in barca a vela è stato deriso sostenendo che comunque tornerà a casa in aereo. Insomma la si critica sia perché è troppo intransigente sia perché non lo è abbastanza. Le polemiche contro di lei nascondono anche una venatura di sessismo. In questi tempi muscolari e macisti, è imperdonabile che sia una giovane donna di un metro e cinquanta ad alzare la testa per farsi portavoce di un messaggio di disturbo, e ancora di più che abbia tanto seguito.
C’è poi un elemento che spiazza tanto i suoi detrattori quanto i suoi fan. Greta soffre della sindrome di Asperger, una malattia dello spettro autistico. I sintomi comprendono il disturbo ossessivo-compulsivo, mutismo selettivo, iperattività, determinazione quasi maniacale, concentrazione settoriale, difficoltà di immedesimazione, disinteresse per il contesto sociale. Vi suona familiare? Sembra la lista delle accuse dei suoi detrattori.
Tra la sua mente, il suo viso e le sue parole ci sono pochi filtri, è libera come noi persone “normali” non saremo mai. Se gli adulti stanno distruggendo il mondo, si protesta, anche da sola. Se ti invitano a parlare al Congresso americano, ci si va, anche se fa paura. Se l’aereo inquina si viaggia in barca a vela, anche se ci vuole una settimana. E se passa il Capo del Mondo Libero che ha abbandonato l’Accordo di Parigi, lo si fulmina con gli occhi, anche se ci sono i fotografi.
La sua condizione spesso viene omessa dietro un ipocrita silenzio ammantato di privacy, a volte per difenderla, a volte per negarle un dettaglio di umanità. Oppure viene attaccata anche su questo, insinuando che la povera ragazzina disabile non sappia quello che fa, o prendendola in giro per le sue espressioni. È invece interessante notare come i  suoi sintomi siano per lei uno scudo, la stiano aiutando a portare avanti il suo messaggio senza curarsi del contorno polemico.
Che sia l’Asperger, il suo carattere o la combinazione delle due cose, sta di fatto che Greta non è per nulla empatica. È l’opposto dei leader piacioni contemporanei che accarezzano il popolo dal verso del pelo e misurano il proprio operato in like, a ogni latitudine. Il consenso non la lusinga, il dissenso non la spaventa. Se i quattro milioni di persone che la settimana scorsa in tutto il mondo hanno aderito al suo Friday For Future di colpo la abbandonassero, potete scommettere che la ritrovereste nel suo impermeabile giallo fuori dal Parlamento svedese, da sola, come il primo giorno, come se nulla fosse.
Contro di lei, ogni tanto, anche una raffica di benaltrismo ad alzo zero. Lei e la sua generazione hanno goduto di un benessere senza precedenti. Grazie, per il futuro che si fa? “Potrebbero pulire le spiagge invece di protestare” (Macron, Francia). Non basta pulire, bisogna smettere di sporcare. “Non dovrebbe mettere ansia ai nostri giovani” (Morrison, Australia). Giusto, moriamo sereni. Dice, cosa volete che sia un ragazzino in più che rifiuta la cannuccia quando ordina una bibita? E invece, una cannuccia alla volta…
Il punto è che siamo un Occidente grasso e accomodante, siamo indulgenti verso le nostre mancanze, ipocriti sui nostri valori e miopi verso un futuro che non ci riguarda. Greta ci fissa con i suoi freddi occhi azzurri, la sua bocca imbronciata e la treccia bionda di chi è pronta a fare a botte, e ci sbatte in faccia accuse dalle quali non possiamo difenderci. Ci rimprovera, come non succedeva più da quando siamo usciti dalla casa di mamma e papà. Ci fa sentire piccoli e colpevoli di fronte alle nostre responsabilità. E ci fa imbestialire il fatto che ci stia riuscendo benissimo.

 

Photo by Markus Spiske on Unsplash

 

(IL GLOBO, Eureka – giovedì 3 ottobre 2019)

Articolo scritto da

Matteo Salvadego

Matteo Salvadego

Nato a Padova, figlio di appassionati camperisti, trascorre tutte le vacanze estive della sua infanzia viaggiando tra i diversi paesi europei, dalla Turchia al Portogallo, dalla Grecia a Capo Nord. È stato a Parigi 20 volte. Laureato in marketing e comunicazione d’impresa, ha lavorato per 10 anni nel calcio professionistico italiano, prima in Serie B, poi in Serie A ed Europa League. Si occupa di sponsorizzazioni e partnership, advertising, rapporti con la stampa, eventi e corporate hospitality. Appassionato di psicologia della folla ed eventi di massa, si è specializzato in sicurezza negli stadi e ha gestito il personale Steward di oltre 150 eventi tra calcio, rugby e concerti. È arrivato a Melbourne nel novembre 2015. Ogni volta che può viaggia, fa snorkeling, gioca a pallavolo, va al cinema. Ha un romanzo nel cassetto.