Salari rubati: come rompere il silenzio

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 Oggi l’11% del mondo del lavoro australiano è composto da lavoratori in possesso di un visto temporaneo. Una percentuale che cresce di giorno in giorno e sulla quale si sorregge una grossa fetta dell’economia nazionale.

Nonostante l’apporto dato al Paese, questa categoria di lavoratori, formata soprattutto da studenti internazionali, backpackers e altre categorie di migranti temporanei, soff re di una diff usa e grave condizione di sfruttamento, messa in luce e denunciata lo scorso anno dal rapporto Wage Theft  in Australia, curato da Bassina Farbenblum (docente alla facoltà di Legge e direttrice del Human Rights Clinic and Australian Human Rights Centre’s Migrant and Refugee Rights Project dell’Università del New South Wales) e da Laurie Berg (docente della facoltà di Legge all’Università della Tecnologia di Sydney). In questo desolante panorama, al quale le Istituzioni australiane faticano a dare una risposta e che la politica si rifiuta di affrontare seriamente, emerge in particolare che la situazione di sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori non è dovuta solamente, come si è spesso ripetuto, alla poca conoscenza dei propri diritti, o alle carenze linguistiche, ma piuttosto a un sistema che non incentiva la denuncia da parte del lavoratore.

È questo l’aspetto rilevante che viene messo sotto i riflettori dal nuovo rapporto delle due docenti e che è stato pubblicato lunedì scorso con il titolo signifi cativo di Wage Th eft  in Silence. Un dito puntato sulla coltre di silenzio, di omertà, di timore nel denunciare le situazioni di sfruttamento, che è la cruda realtà di un mondo del lavoro in cui, seppur consapevole della propria situazione, il 91% dei 2250 lavoratori temporanei intervistati durante la ricerca, conferma di non aver intrapreso azioni legali per veder riconosciuti i propri diritti. Il motivo? Semplice. Il gioco non vale la candela.

Con una banale analisi dei costibenefici, scrivono Fassina Farbenblum e Laurie Berg, il lavoratore capisce che nel sistema attuale la sua denuncia contro lo sfruttamento potrebbe metterlo indirettamente sotto la lente d’ingrandimento dell’Ufficio immigrazione e fargli oltretutto perdere il posto di lavoro, visto che non sono previste tutele per i migranti temporanei. A quel punto, è il ragionamento, meglio un lavoro oggi, seppur non pagato adeguatamente, che rimanere senza stipendio e rischiare anche problemi con il visto. La cosa disarmante di questa situazione, denunciano gli autori, è il fatto che è proprio il sistema a creare indirettamente questa trappola per i lavoratori temporanei, con la conseguenza di diff ondere una crescente sfi ducia nelle Istituzioni che fomenta e allarga sempre di più il buco nero dell’illegalità. A dimostrarlo, il dato che tra la sparuta minoranza di coloro che hanno provato a cercare giustizia (197 su 2250 intervistati), solo 1 su 3 è riuscito ad aver riconosciuti i propri diritti. Pochissimi coloro che si sono rivolti al Fair Work Ombudsman o ad altre istituzioni, come le scuole di appartenenza per gli studenti internazionali, e ancora di meno coloro che sono riusciti ad avere indietro parte o tutto il proprio stipendio. Risultati migliori hanno ottenuto quelli che, seppur sempre in quei pochissimi, si sono rivolti ai sindacati. Nel piccolo gruppo di coloro che hanno comunque tentato di far valere il proprio diritto a una paga legale c’è una buona percentuale di italiani (22%), i primi tra gli europei, preceduti solamente da pakistani (26%) e taiwanesi (25%), e colpisce che tra le nazionalità che meno hanno denunciato ci sono proprio quelle anglosassoni (Canada 6%, UK 4%, Irlanda 4% e Usa 2%). Indicativo anche il fatto che, nonostante siano tutti stranieri, tra coloro che hanno cercato assistenza per denunciare situazioni di sfruttamento, già un numero molto limitato, solo il 2% si è rivolto a un’associazione o a un’organizzazione comunitaria.

Un elemento che, al di là di tutti i bei discorsi sull’importanza delle comunità etniche, mostra la carenza di quest’ultime nel confrontarsi con i reali problemi aff rontati dai nuovi migranti che arrivano dal proprio Paese. E tuttavia, le associazioni comunitarie, quando entrano in gioco davvero, hanno una forza non indifferente, visto che chi si è rivolto a loro, ha la seconda percentuale più alta di successo, dopo quella ottenuta dai sindacati, nell’ottenere soddisfazione per il lavoratore.

Davanti a questo panorama desolante di silenzio e sfruttamento – è la conclusione delle due autrici del rapporto – è necessario che le Istituzioni australiane agiscano creando dei canali più accessibili per i lavoratori che vogliono denunciare. Importante sarebbe in primo luogo off rire assistenza e rappresentanza legale, anche attraverso una squadra speciale del FWO che si dedichi in particolare ai lavoratori temporanei e immaginando una sorta di franchigia che protegga chi denuncia da eventuali problemi con il dipartimento dell’Immigrazione. Importante infine sarebbe attuare un maggiore controllo sui datori di lavoro e anche sugli Istituti scolastici, che dovrebbero fornire assistenza interna per coloro che vogliono denunciare situazioni di sfruttamento. Alla base di tutto poi c’è la corretta informazione, non solo dei propri diritti, ma anche di come farli rispettare. Una informazione che, secondo Bassina Farbenblum e Laurie Berg, dovrebbe essere implementata, prima e dopo l’arrivo dei migranti temporanei, sia dal governo, sia dagli istituti scolastici, sia, ci permettiamo di aggiungere, dalle comunità etniche, le quali dovrebbero assumersi il compito di off rire un percorso di assistenza e tutela dei soggetti più vulnerabili che entrano a far parte delle proprie comunità. Perché altrimenti, di comunità non si tratta.

 

Luca M. Esposito

(IL GLOBO – Eureka, giovedì 1 novembre 2018)